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Full text of "La resistenza di Livorno (1849) / [di] Giovanni Baldi."

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Fascicolo !L° 1 4 ^ Prezzo: Cent- IO 

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Cospi razioni e battaglie dal 1821 al 1870 




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Prof. GIOVANNI BALDI 






La resistenza di Livorno 





Cmsa^ Editrice ZERBINI 

Y) FIRENZE 

1905 



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Firenze — Casa Editrice NERBINI — Firenze 



Rrof. GIOVANNI BALDI 



Co8pira3toni e ^Battaglie 

pel risorgimento ò'Jtalia 



* SOMMARIO % 

Ì I Qxrfomri (1820-21) — II. Il Creilo di EuMera (1822) - 
III. Cirio Menotti (Ì831) — IT. La Giovine "Bàia — V. I fratelli 
Bandiera — VI. Le cospirazioni ei moti sotto il papati — VII. Le>> 
cinque gicraate di Milano» — Vili. La priraa guenrm dell'Indi-* 
pendenza — IX. Garibaldi in Lombardia — X. La difesa di 
Eoma — XL L'assedi® di Venezia — XII. Una tragica 
ritirata — XIII. Le dieei giornate di Brescia — XIV. La. 
resistenza di Livorno — XV. I moti della Lombardia — 
XVL Carlo Ksacane — XVIL Felice Orafa» ^L'odis- 
sea di un cospiratore) — XVIII. Il 2? Aprile 1859 
$Una riTOluzione festante) — XIX. L& seconda 
guerra per F Indipendenza. — XX I Mille — 
XXI. Aspromonte e feutìsa — XX1L Dal 
Quadrilatero alle Talli del Trentino — 
XXIII. Mentana -Villa Glori -Cassa 
jani — XXIV. Le bande insurre- 
zionali — XXV. II XX Set- 
tembre 1870 (La caduta del 
potere temporale de* papi 
— XXVL II Sacrffieio di ■ 
Guglielmo Oberdan 
<fL T Irredenta e l'ul- 
timo martire). 



Si pubblica un fascicolo (a settimana a centesimi 

Abbon all'Opera compierà L. 2,50 (estero L. 4.) 



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La resistenza di Livorno o o o 
so sa e le vicende della toscana 

Ci 849) 



La Toscana — sotto lo scèttico Fossombroni — aveva 
saputo mantenersi Ano ad un certo punto resistente alle 
pressioni del papato e dei gesuiti e da quelle dell'impero, 
e abbiamo veduto come, nel '21; sapesse tenersi immune 
dalle persecuzioni che, ferocissime, imperversarono altrove 
contro i Carbonari. AbbiaiÈo visto altresì come nel gran- 
ducato avessero trovato, per un certo tempo, sicuro asilo 
non pochi profughi — tra i quali il generale Pepe e il 
Tommaseo. Possibile fu al Guerrazzi, a Carlo Bini, al Mayer, 
al Benci e al Demi far vivere, dal 1829 al 1830, anno in 
cui fu soppresso, l'Indicatore Livornese, ove scrisse anche 
il Mazzini; a Gian Pietro Vieusseux il fondare V Antologia, 
che raccolse gli scritti de' nostri migliori. La Giovine Italia 
v' ebbi seguaci — tra essi il Bini, il Mayer, Pietro Bastogi — 



— 2 — 

che n' era il cassiere — Pietro Thouar, che ne diffondeva le 
pubblicazioni, l'abate Contrucci di Pistoja e altri non pochi, 
finiti poi — i più — come Dio volle. Né le cospirazioni 
mancarono in Toscana; famosa per essere affogata nel ri- 
dicolo per colpa del moderato Libri e dall' avv. Salvagnoli, 
quella che ebbe il suo esito finale al veglione del giovedì 
grasso del 1831 al Teatro della Pergola in Firenze. (1) 

Nel risveglio' delle speranze di libertà suscitato dal- 
l'assunzione al pontificato del Mastai-Ferretti, la Toscana 
non fu seconda a nessuno ne' generosi entusiasmi, e tra- 
scinò il debole e pusillo granduca Leopoldo II su la via^ 
delle riforme e della costituzione ; vedremo poi com' egli 
— al par- del* suo congiunto il Borbone di Napoli e Pio IX — 
si rendesse spergiuro. 

Tra le città toscane che avevano ognora dato maggior 
contingente di proseliti alla causa italiana era la forte e 
generosa Livorno, la terra natale di Cosimo del Fante (2), 
di Carlo Bini, del Guerrazzi, gloriosa per la fedeltà serbata 
alla Repubblica Fiorentina e per la difesa sostenuta, nel 
1421, contro Massimiliano I, imperatore di Germania. Il 
governo granducale Y aveva sempre guardata con occhio 
sospettoso come una città ribelle, e anche quando, cedendo 
a' consigli di don Neri Corsini, marchese di Lajatico, (3) che 
fin dal 1847 incitava Leopoldo II a dare la costituzione, 



(1) Vedi i fascicoli precedenti — specie i N, 1, 3, 4 e 6, 

(2) Del Cosimo Fante, valoroso ufficiale dell'esercito napoleonico, 
morì da prode nella ritirata dalla Russia; Carlo Bini, morto in gio- 
vane età, caro al Mazzini e al Guerrazzi, fu carbonaro e tra i primi 
ad ascriversi alla Giovine Italia. Scrittore di notevole valore, oggi, a 
torto, specie da' giovani, è dimenticato. 

(3) A questo Corsjni fu in Santa Croce eretto un monumento, 
opera pregevole del Fantacchiotti. 



— 3 — 

quel governo si pose sulla via delle riforme, considerò 
ognora Livorno come terra malfida. Conseguenza di tale 
contegno governativo furono i moti livornesi scoppiati sullo 
scorcio ultimo del 1848, a infrenare i quali il ministero 
mitragliatore — come fu chiamato (rappresentato dal Sam- 




ìMsm 



.... il Guerrazzi^ corso a cavallo con alcuni dragoni sulla piazza di 
Santa Maria Novella, potè metter fine alle sanguinose scene. (Pàg. 7) 

miniatelli, antico e fedele servitore de' granduchi, dal de- 
bole Gino Capponi, onest'uomo, moderato, ma non uomo 
di governo, e da quel Cosimo Ridolfi, tanto tenero di guerra 
all'Austria da dire a Lionardo Romanelli, che s' interessava 
della sorte de' suoi due figli accorsi come volontari al 
campo, « Stia tranquillo, potranno i suoi figliuoli morire 



_ 4 — -'- 

di scarlattina, se vogliono, di piombo tedesco non mai ») 
inviò a Livorno con pieni poteri e buon nerbo di milizie 
il colonnello Leonetto Cipriani, intanto che a Firenze fa- 
ceva carcerare il prete livornese don Gian Battista Maggini, 
confessore delle monache di Santa Maria Maddalena dei 
Pazzi, e il valente scienziato Costantino Marmocchi, amico 
del Guerrazzi, e altri inquisiva. Il Cipriani, còrso d'origine, 
valoroso sì, ma scervellato, entrò in Livorno come in terra 
di conquista, e il tenente de' dragoni Alessandro Cappellini, 
livornese, prendeva, il 2 settembre 1848, misure tali che 
provocarono Tira del popolo e originarono un conflitto. Il 
Cipriani, infuriato, minacciò Tira di Dio, fé' puntare can- 
noni per le vie, parve volere spianare Lfvorno; ma poi, 
sbaldanzito pel contegno del popolo, col quale le milizie 
fraternizzarono, lasciò i forti, i posti armati e le porte in 
mano a' livornesi, capitanati dal Torres ; 

Il Guerrazzi, deputato al Parlamento Toscano, con una 
commissione di concittadini, cercava di intavolare trattative 
col ministero Capponi, ma senza prò, che il ministero era 
oltremodo cocciuto e voleva dare un esemplare lezione 
all'audace città. Tornava in quel tempo a Pisa, ove aveva 
professato diritto a quell'Ateneo, il Montanelli, reduce di 
Curtatone, ov'era stato ferito e fatto prigioniero, e il po- 
polo lo accoglieva con indicibile entusiasmo. Egli parlò 
alla, folla deplorando i fatti di Livorno e la condotta go- 
vernativa, facendo appello alla concordia necessaria per 
l'unità e l'indipendenza d'Italia e per la convocazione della 
Costituente Italiana, e il governo credendo forse di porlo 
in serio imbarazzo, lo nominò governatore di Livorno. Il 
Montanelli, con serenità e abilità, riuscì a riportare la 
calma tra i sollevati, e il ministero Capponi, il 12 ottobre, 
costretto dagli eventi, rassegnava le dimissioni. Gli succe- 



— 5 - 

deva, il 25, il ministero Montanelli-Guerrazzi ; del quale 
facevano parte l'Adami, il Mazzoni, il D'Ayala e il Fran- 
chini, e che poneva a suo programma la Costituente, pro- 
gramma che Leopoldo II accettava. Contemporaneamente 
il buon principe scriveva alla figlia maritata in Baviera 
perchè assicurasse l' imperatore della devozione sua, e tutto 
questo amminnicolare liberalesco essere una finta, uria 
schermaglia cui era costretto, e con la corte di Vienna e 
i capi della reazione corrispondeva per mezzo dell'inter- 
mediario Carlo Bottaro Costa. Intanto recavasi a Siena, ove 
la parte reazionaria, ivi più forte o più sfacciata, si lasciò 
andare a dimostrazioni granducaliste e a scorno del mini- 
stero democratico, per cui le manifestazioni degenerarono 
in rissa coi liberali, mal disposti a sopportare l'ingiuria. 
A Firenze il popolo si radunava, per deliberare su questi 
eventi, sotto la loggia detta dell'Orcagna, e a Siena accor- 
revano il general Chigi, il gonfaloniere Ubaldino Peruzzi 
e il ministro Montanelli, che Leopoldo diceva di voler 
vedere: Delusa, abile simulazione, la vigilanza del ministro, 
Leopoldo, con la famiglia, dopo avere, per lettera, rinne- 
gata la Costituente, si dirigeva a Porto Santo Stefano per 
accorrere a Gaeta, ove con Pio IX e il Borbone di Napoli 
doveva formare il triumvirato della reazione europea. Il 
popolo e la Camera, all'annunzio di questa imitazione dalla 
fuga dei Capeto a Varennes, risolvevano la questione accla- 
mando la nomina del governo provvisorio nelle persone 
del Guerrazzi, del Mazzoni e del Montanelli. 

Come a Versailles, nel secolo precedente, la reazione 
aveva preparata e favorita la fuga di Luigi XVI e dei 
suoi, così in Toscana la reazione credè di rinnovare le ge- 
sta dei chouans vandeani, e preti e frati, commentando i 
proclami lanciati da Porto San Stefano da Leopoldo ai 



— 6 - 

toscani tentarono di sollevare le popolazioni del contado. 
E si videro, sul finire del febbraio, le colline risplendere 
per subiti fuochi di gioia, e gli echi della campagna rim- 
bombare per colpi di fucile accompagnati dalle grida di 
viva, a Leopoldo e all'Austria e di morte al Guerrazzi e 
a' liberali. Una mano di villani armati di falci, di tridenti 
e di vecchi schioppi tentò incendiare la porta di San Fre- 
diano ed irrompere in Firenze, ma venne respinta e le 
passò la voglia di ritentare la prova. A Empoli le stesse 
bande arsero la stazione della strada ferrata e tagliarono 
per un tratto le rotaje; ma una colonna guidata dal ge- 
nerale D'Apice liberò Empoli dai pericoli della reazione e 
vi ristabilì l'ordine Capi di coteste bande di fanatici vil- 
lani erano un cavaliere Mannucci, uno Stuart, inglese, un 
Achille Ricciardi, napoletano, e preti e frati e altro nobi- 
lume, che il governo provvisorio — e fu errore grave — 
lasciò in libertà. Moto più grave fu il tentato pronuncia- 
mento militare del generale De Laùgier, che da Massa, 
o v'era, emise bandi in nome del Granduca, d'accordo, certo, 
coi consorti di Toscana e coi carlalbertisti di Piemonte, e 
cercò sollevare le milizie contro il governo provvisorio e 
compiere la restaurazione; ma i suoi mille soldati non aderi- 
vano tutti al moto e, a Pietrasanta, il De Laugier, trovatosi 
di contro il D' Apice e il Guerrazzi con 5000 uomini, fuggì 
in Piemonte, 

Contemporaneamente, a Figline in Val d'Arno, bande 
di villani processionavano recando attorno un busto in 
gesso di Leopoldo ed acclamando all'Austria e fino al Bor- 
bone di Napoli; ma sbaldanzirono quando seppero come 
ogni moto fosse stato dal governo provvisorio represso. I 
tentennamenti del Guerrazzi nel non volere l'unione con 
la Repubblica Romana, propugnata dal Mazzini, da Gu- 



stavo Modena, dal Montazio, dal Mordini e da altri, segna- 
rono la fine del governo provvisorio e della dittatura del 
gran livornese. Preti e nobili cospiravano pel ritorno di 
Canapone — come i fiorentini chiamavano il granduca — , 
e i volontari che da Pisa correvano ad armarsi a Firenze 
venivano ingiuriati, e sulla strada ferrata presso Pontedera 
presi a sassate. I volontari livornesi, che avevano repressi 
i moti dei codini nell'Aretino, venivano da compra cana- 
glia provocati e assaliti nei Camaldoli di San Lorenzo. Ac- 
corse la Guardia Civica, e dovè adoperare le armi, e a 
stento il Guerrazzi, corso a cavallo con alcuni dragoni 
sulla piazza di Santa Maria Novella, potè metter fine alle 
sanguinose scene. A Siena si suonavano le campane a 
stormo e si plaudiva all'Austria e a'granduchi, e in Fi- 
renze, servitorame briaco sguinzagliato da nobili e compra 
feccia atterrava gli alberi della libertà, gridava morte al 
Guerrazzi, correndo al Palazzo della Signoria, ove egli s' era 
chiuso con la Guardia Civica, sapendo di correre certo 
pericolo, però che il giorno prima contro di lui fosse stato 
sparato un colpo di pistola e avesse ricevuto nel petto un 
colpo di mattone. Da allora Guglielmo conte di Cambray 
Digny e la municipalità, di cui faceva parte anche Ubal- 
dino Peruzzi, presero apertamente la iniziativa della re- 
staurazione (1). Alla municipalità si aggiunsero Gino Cap- 
poni, che aveva forte ruggine col Guerrazzi, Bettino Ricasoli, 
Luigi Serristori, Carlo Torrigiani e Cesare Capoquadri. Il 



(1) Guglielmo Cambray Digny all' epoca de' moti di Romagna 
era intinto nelle congiure repubblicane e faceva ]o scalmanato; nel- 
l'ora dell'azione divenne consigliatore di moderazione; inviso a' pa- 
trioti e gridato traditore, riparò nel suo possesso di Schifanoja, in 
Val di Sieve, né si fé più vivo se non nel '47 per predicare, in mezzo 
al ridicolo, moderazione ancora. 



— 8 — 

Digny promise al Guerrazzi denari e passaporto per ab- 
bandonare la Toscana, viceversa poi, il 13 aprile 1849, 
veniva chiuso nel forte di Belvedere in attesa di processo. 

Il Montazio fu carcerato a Volterra, il Marmocchi, sotto 
mentite vesti, potè fuggire, e l'illustre Gian Battista Nic- 
colino il poeta di Arnaldo ., non potè che protestare sde- 
gnosamente contro T insigne viltà de'consorteschi. Intanto, 
encomiate da Orazio Ricasoli, bande di fanatici e di compra 
gentaglia correvano i paesi inneggiando all'Austria e in- 
sultando ne' più vituperevoli modi i liberali, e 17 mila au- 
striaci con 50 cannoni, guidati dal D'Aspre, per Pisa, giun- 
gevano sotto Livorno, che chiudeva le porte e si preparava 
alle difese, nominando una giunta della quale facevano 
parte l'animoso ma inesperto giovane Cesare Botta e il già 
nominato prete Maggini. 

Da Lucca accorreva alla difesa il colonnello Ghilardi, 
e alcuni ufficiali francesi che si trovavano a Livorno, ca- 
peggiati dal colonnello Serre, si unirono ai difensori. Ac- 
correvano sulle mura il popolano Bartelloni con seguito di 
altri popolani, il valoroso Guarducci e altri ancora e apri- 
vano il fuoco contro l' invasore, intanto che da Marzocco 
le artiglierie livornesi sfolgoravano contro il nemico. Pro- 
testa eroica più che resistenza, che verso il mezzodì del- 
l' 11 maggio 1849 il D'Aspre, col giovine e spavaldo Fran- 
cesco V di Modena e l'arciduca Alberto entrava in città. 
Principiarono subito i saccheggi e le stragi e più di cen- 
tocinquanta cittadini vennero fucilati o uccisi a baionet- 
tate. Già, fin dal 10, colti una ventina d'individui, tra i 
quali un francese e due ragazzi, e portatili al lazzaretto di 
Sant' Jacopo, li avevano depredati, maltrattati e otto fuci- 
lati, come avevano fucilato ad Antignano tre fratelli Berni 
di nulla rei. Verso le 3 pomeridiane dell' 11 maggio, una 



- 9 - 

sessantina di cittadini irruppero su gli austriaci, che s'erano 
posti a bivacco, tre ne uccisero e otto ne ferirono. I te- 
deschi, colti una trentina di livornesi, a casaccio, senza 
verun procedimento, li fucilarono, e un altro centinaio fu- 
cilarono nella giornata, tra i quali due preti, uno di essi, 




.... volevano fucilarlo nella schiena, ma egli risolutamente, si volse 
e gridò: No! gì' italiani muoiono così. {Pag. 10). 

certo Puccini, era un còrso. Sul tetto della cattedrale s'erano 
ridotti alcuni de' difensori, che fecero fuoco sull'orda briaca 
di saccheggi e di sangue, indi si sbandarono per le vie 
che danno sul Casone: gli austriaci, imbestialiti, invasero 
la chiesa e uccisero e ferirono quanti con la fuga non tro- 
varono scampo. E al Gigante si uccidevano un Mainar di 



— 10 — 

pacare e figlio, strappati di casa mentre pregavano davanti 
ad un'immagine, e l'insegnante Zanobetti Artidoro perchè 
trovato vestito da guardia nazionale. Tra i carcerati, per- 
cossi, ingiuriati e fucilati notiamo il prete Gian Battista 
Maggini, ne possiamo tacere del Bartellpni. Era il Bartel- 
loni Enrico, detto il Gatto, bottajo, un animoso popolano, 
già carbonaro e fedele alla Giovine Italia é al Montanelli 
carissimo. Primo ad accorrere alla difesa della sua Livorno, 
fu l'ultimo a ritrarsi. Cercavalo con ferina rabbia l'austriaco 
ed egli, disperando ormai delle sorti dell' Italia; si presentò 
al D'Aspre e dissegli: « Sono il Bartelloni, repubblicano e 
acerrimo odiatore dei tedeschi; sono venuto a morire! » e 
il D'Aspre ordinò venisse tosto fucilato. Condotto su la via, 
non volle esser bendato; volevano fucilarlo nella schiena, 
ma egli risolutamente, si volse e gridò : « No ! gì' italiani 
muoiono così. Viva la libertà! » 

Né le stragi si limitavano a Livorno. A Pistoia si fu- 
cilava il diciassettenne Alfredo Frosini per avere eccitato 
alla diserzione i soldati ungheresi, e il farmacista Antonio 
Baldini di Dicomano, capitano agli ordini del D'Apice, che 
cercava ridursi a Roma per partecipare alla difesa di quella 
città, arrestato a Forlì, veniva dal Wimpfenn fatto fucilare 
il 19 maggio 1849. Il gonfaloniere Francesco Bertozzi, as- 
sistito dal prete Giacomo Righini, gli dava onorata sepol- 
tura, avendolo l'austriaco abbandonato in mezzo alla via. 
Per il Baldini impetrò grazia una gentildonna forlivese e 
il Wimpfenn, amara irrisione, la concesse quand'egli era 
già fucilato! 

E a Firenze, a Prato, ovunque, gli austriaci ingiuria- 
rono, percossero, ferirono, fucilarono, dannarono anche 
donne e fanciulli all'infamante e dolorosa pena del bastone. 
Ad essi, compagno d'infamia, si unì il capo carceriere delle 



— 11 — 

carceri livornesi, Baroncelli, famoso per le torture inflitte 
a' prigionieri, cui faceva patire la fame e la sete. A tanti 
orrori non resse un dottissimo frate delle Scuole Pie, cuore 
di patriota, mente di scienziato, il padre Ber chi che, in 
Borgo S. Sepolcro, vedendo entrare trionfanti le milizie 
austriache tra il plauso di svergognati fanatici della re- 
staurazione, piangendo dal dolore per l'onta subita dalla 
patria, si gettò dalla finestra e si uccise. In quella vece, 
in Firenze, le famiglie patrizie aprivano le lor case agli 
ufficiali austriaci e davano feste in loro onore; gli Strozzi 
gli ospitavano nel loro palco alla Pergola, i Ginori, i Digny, 
i Peruzzi, i Serristori, i Ricasoli, quasi tutti da Leopoldo 
dichiarati benemeriti e insigniti della medaglia della re- 
staurazione, erano lieti di trovarsi con le lor donne a've- 
glioni e a' balli dati per sollazzare l' invasore tracotante e 
omicida, che per spadroneggiare spavaldamente immiseriva 
il paese e si faceva pagare dal governo granducale 6 mi- 
lioni di lire all'anno. 

Quanto codarda era la patrizia e la elegante genta- 
glia, altrettanto fiera era la gente popolana, che in più di 
una occasione faceva scontare al tracotante invasore le 
soperchierie che andava ogni dì compiendo, e fin nella 
mite Firenze ben più di un croato disparve misteriosamente, 
specie nel quartiere detto delle Conce, ne' pressi di Santa 
Croce. S'intende che gli austriaci ripagavano l'odio degli 
italiani a misura di carbone, e basterebbe, per convincer- 
sene, accennare alcuni fatti, guardare alcuni procedimenti. 
E tra i fatti scegliamone a caso, fra i tanti, due o tre. 

Anche in Pistoja s'erano stabilite le soldatesche au- 
striache; una sera — era il 15 luglio del 1849 — un gio- 
vine diciannovenne, Sergio Sacconi, se ne andava a diporto 
fumando; mentre sputa per terra gli passa d'accanto un 



. — 12 — 

ufficiale tedesco che, ritenendosi offeso, bestemmiando e 
ingiuriando, gli si fé' addosso con la sciabola sguainata 
come un forsennato, e tanto sconciamente lo percosse su 
la testa con replicati colpi che il povero Sacconi, in poco 
più d' un'ora, rese l'anima a Dio, 

Nei dintorni di Firenze, alla Pietra, tre soldati austriaci 
s'imbattono in un povero giardiniere, certo Linari, e, in 
loro barbarico linguaggio, gli chiedono che ora sia. Egli 
o, com' è presumibile facilmente, non intendesse la loro 
favella, e non ritenesse opportuno il rispondere, tacendo 
passò oltre. Non lo avesse mai fatto! Lo raggiungono, lo 
percuotono, lo feriscono con più colpi di baionetta e lo 
lasciano immerso nel proprio sangue, su la via. Il 23 lu- 
glio del 1849, il povero Linari moriva in conseguenza delle 
ferite riportate. E ferito da tre colpi di baionetta è, la sera 
del 20 agosto, un giovinetto che viene urtato da un tede- 
sco fuggente a gambe levate da una bottega ove aveva 
commesso un furto. 

Passava per la via de' Calzajoli un soldato austriaco 
che teneva per la corda, dondolandolo, un fiasco di vino. 
Un giovine, Francesco Bistondi, passa e viene urtato dal 
tedesco, e nell'urto il fiasco si rompe e il vino va ad in- 
naffiare le gambe dei due e il lastrico. Il Bistondi viene 
ingiuriato, arrestato, condotto alla gran guardia al Palazzo 
della Signoria, ove l'ufficiale di picchetto, fattolo legare, 
scortato, lo invia alla caserma di Borgognissanti, ove la 
soldatesca gli sputa in volto, lo ingiuria, lo percuote e poi, 
legatolo su di una panca, gli ministra cinquanta vergate. 
Alcuni dei buoni frati del chiostro di Ognissanti assistevano, 
tripudiando e ridendo, all'esecuzione, gridando, a scherno, 
al giovine: È venuto il giusto Dio punitore! Sono venuti 
i castigamatti ! Rovinato dai colpi, dalla rabbia e dall'onta 



— 13 — 

patita, indi a breve, il povero Bistondi moriva di crepa- 
cuore. E la pena dei trenta colpi di verga ebbe a patire 
la diciottenne artista di canto Maria Conti di Firenze, de- 
nunziata dal governo austriaco di Milano per le scandalose 
dimostrazioni antipolitiche avvenute in quella città il 18 
agosto, giorno natalizio di sua Maestà cristianissima im- 
periale e reale. Le scandalose dimostrazioni consistevano 
nell'essere la Conti comparsa in teatro coi tre colori na- 
zionali combinati nelle vesti.. 

Né più fortunati erano gli italiani militanti nelle file 
dell'esercito toscano. Posto alla testa di essa un vecchio 
arnese soldatesco austriaco, il generale D'Arco Ferrari da 
Grado, instaurata la disciplina tedesca, vestiti i militi di 
tedesca assisa, costretti, come gli austriaci, a battere, tra- 
scinandola sul lastrico, la sciabola, quasi a scorno dei cit- 
tadini, i toscani si vedevano in tutto postergati ai croati, 
contro i quali si erano battuti sui campi lombardi. Vietato 
di fregiarsi di medaglia commemorativa guadagnata sui 
campi di battaglia dell'indipendenza italica, venivano i 
superstiti di quelle lotte angariati in mille guise. Il mag- 
giore di artiglieria Giuseppe Niccolini, nel maggio del 1848 
ferito da mitraglia austriaca, veniva, dal Ferrari, relegato 
per cinque anni ad Orbetello, danneggiandolo così nella 
sua carriera e umiliandolo. Il maresciallo Leopoldo Bellini, 
per avere in una domenica dell'ottobre 1849 arrestati, 
com'era suo dovere, tre cacciatori austriaci che, a Poggio 
Imperiale, avevano percosso un fanciullo in modo da farlo 
svenire, evitando così un conflitto con la popolazione esa- 
sperata, si vide assalito da venti tedeschi dai quali, con 
sette dei suoi uomini, si difese. Al Bellini fu, più volte, 
dagli austriaci, insidiata la vita, e contr'esso fu iniziato 
un processo, e più mesi stettero in carcere in attesa di 



— 14 — 

giudizio alquanti paesani che avevano osato di protestare 
contro la barbarie del croato. 

Livorno, che aveva, sola, opposta resistenza all'inva- 
sore, mordeva il freno della dominazione austriaca come 
puledro mal domo. Nei primi del 1850 ebbe vita in quella 
fiera e patriottica città una vasta cospirazione, cui dava 
opera un'associazione segreta capeggiata da un comitato 
direttivo pur esso segreto. Miravano i cospiratori a rac- 
corre i mezzi atti ad insorgere in armi contro l'Austria 
ed il Governo granducale, e intanto, con scritti clandestini 
teneva viva la fiamma del patriotico sentimento. L'asso- 
ciazione era giunta a tale potenza da avere fino un gior- 
nale proprio — L'Apostolo, che veniva largamente diffuso. 
Figuratevi se l'Austria si arrovellava! Fu imbastito un 
processone contro una cinquantina di persone, e trentotto 
vennero condannati alla morte mediante la forca, gli altri 
alla galera e al carcere. La pena di morte fu poi, grazio- 
samente, dal comandante supremo delle milizie austriache 
in Italia conte maresciallo Radetzky, condonata e mitigate 
furono le altre pene. 

Altro processo in Livorno vi fu pel ferimento del ca- 
valiere Luigi Fabbri, gonfaloniere di Livorno e noto austria- 
cante. Anche qui vi furono condanne a più anni di galera. 
Principale accusato fu il caffettiere Giuseppe Albanesi, sot- 
toposto, per estorcergli confessioni che mai non fece, alla 
pena del bastone, insieme ad altro Albanesi, a un Tuticci, 
a un Pescioli, a un Odise, a un Romiti. Un Chiusa Fran- 
cesco, venticinquenne, facchino, accusato di essere stato 
autore del ferimento del Fabbri, nonché di avere ucciso il 
soldato Frankow del reggimento arciduca Stefano, venne 
il 26 maggio 1854 fucilato, e morì gridando: Viva l'Italia 
e morte ai traditori! 



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Il 29 maggio del 1851, anniversario della battaglia di 
Curtatone e di Montanara, molta gente assisteva a una 
messa di requie perule anime dei poveri morti, omaggio 
pietoso ai ricordati dalle due tavole di bronzo che erano 
state poste ai lati dell'altare maggiore della chiesa di Santa 
Croce in Firenze. Gendarmi, veliti e austriaci occupavano 
la sacrestia del tempio, non ostante, mano di giovani ge- 
nerosi reca una votiva corona a quelle tavole. È il segnale 
della battaglia. Irrompono furiosi e più violenti dell'au- 
striaco l'aiutante maggiore Malerbi, il tenente Vegni e il 
tristissimo aiutante Vecchi. I vecchi genitori del caduto 
Cesare Taruffi vengono fatti, sanguinanti, rotolare dai gra- 
dini dell'altare, percossi di calcio di fucile e di baionetta, 
e vien ferito un Lomi che, pietosamente, raccoglieva da 
terra uua donna svenuta. E le milizie, uscite su la gradi- 
nata della chiesa dal lato di via Malcontenti, fecero fuoco 
colpendo solo, per buona sorte, le mura delle case delle 
vie Pinzochere e dei Pepi. Intanto, nell'interno del tempio, 
si arrestavano a casaccio quanti capitavano fra mano. Se- 
deva nella sacrestia una specie di tribunale di guerra au- 
strìaco che, scelti, a casaccio pure, gli arrestati, minac- 
ciando bastonate e fucilazione, facevagli da pattuglie di 
croati, trarre nel forte di San Giovan Battista, o Fortezza 
da Basso. Vennero così ritenuti un Biagiarelli, sedicenne, 
il pittore Coppini, il macellaro Martelloni, l'avvocato Man- 
cini, Leonida Biscardi, Gio vacchino Fiorani, Niccola Gio- 
vannoni, Giovanni Meini, Ferdinando Pieri, Camillo Pioli, 
Cesare Riparbelli, Tito e Leopoldo Romanelli, un Papi, un 
Paoli, un Pignotti, per più giorni sospesi tra la vita e la 
morte, fatti segno a ogni bassa contumelia e ad ogni mo- 
mento minacciati di fucilazione. 

Una Romolini, che aveva i figli in Santa Croce, sen- 



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tendo dire che ivi il popolo veniva fucilato, colpita da 
spavento per il frutto delle sue viscere, perse la favella e 
morì pochi giorni dopo per congestione cerebrale. 

Le tavole di bronzo coi nomi dei caduti, strappate dal 
tempio, vennero portate in Fortezza e date in custodia agli 
austriaci, e non riapparvero al loro posto se non quando, 
anche per la Toscana, parve sorgere l'alba dei giorni 
migliori. 

Tali, esposti in modo molto sommario, i casi occorsi 
nella Toscana dal 1849, per opera della funesta invasione 
straniera, che durò fino a tutto Tanno 1855. 




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esperienza del Socialismo — Su che cosa il socialismo 
fonda la sua causa — Le contraddizioni del riformismo 
socialistico — Le premesse del Sindacalismo — La ri- 
voluzione Sociale — Sindacalismo e Stato — Il fine 
politico del Sindacato — Partito e Sindacato. 

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